Chiesetta e colle di Santa Lucia

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TESTO CHIESA DI SANTA LUCIA

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ESTERNO
Il colle di Santa Lucia è colle di origine naturale che da diversi secoli ha rivestito un ruolo fondamentale per il culto. Secondo le parole dello storico locale Vigilio Inama, nei secoli più antichi, su questo colle vi era un santuario dedicato a Saturno,
la divinità pagana legata soprattutto alla sfera agreste e il cui culto era molto diffuso nei territori trentini. In seguito, nei secoli della tardo-antichità, il sito trovò una nuova funzione: infatti, secondo uno schema tipico
di quegli anni, il tempio pagano venne convertito ad un culto cristiano e, nello specifico, a quello di Santa Lucia, una santa di origine siracusana. A testimonianza di ciò vi è un documento che identifica il colle col nome di «Castrum
Sanctae Luciae». Durante il XIII secolo, il colle divenne oggetto dell’interesse del conte Mainardo II di Tirolo. Egli, nel 1271, ottenne il permesso dal Principe-Vescovo Egnone di Appiano per la costruzione di un castello. Di questo
se ne trova testimonianza in un documento ora conosciuto come Codex Wanghianus. In realtà, il castello mainardiano non conobbe una vita lunga poiché già durante il secolo successivo cadde in disuso. Sempre secondo lo storico Vigilio
Inama, nel XIX secolo vennero avviati degli scavi archeologici, i quali portarono alla luce delle mura protettive di quasi di 2 metri di spessore, ma queste vennero infine ricoperte alla fine dei lavori. Molto probabilmente, la veloce
decadenza del castello è da imputare alla volontà degli stessi conti di Tirolo, i quali preferirono vivere nel vicino castello di Castelfondo. A neanche un secolo di distanza dal Codex Wanghianus si avviarono i lavori per la costruzione
della nuova chiesa. La data, ovvero 1356. È ricavabile dalla prima scena del ciclo d’affreschi interno, la quale recita “questa chiesa ha avuto il suo principio l’anno 1356”. Considerando il periodo di costruzione dell’edificio,
si può ipotizzare che questo fu molto probabilmente edificato come ex-voto da parte di qualcuno fuggito alla peste nera, che infuriò in Europa tra il 1348 e il 1349. La chiesa, nel corso della sua storia, venne restaurata più volte.
Nel 1673, così come ricorda un’incisione, il presbiterio e la sezione anteriore vennero riedificati in forme più ampie e vennero aperti l’ingresso laterale e la finestra, i quali portarono alla perdita di parte del ciclo d’affreschi.
Nel 1830 si avviò un programma di imboschimento del colle. Come pianta venne scelto il pino nero, un albero che si sviluppa in alzato e si espande molto in profondità. La composizione del terreno del colle non era però ottimale per
questo tipo di vegetazione tanto che nel 1894 si rese necessario un secondo restauro alla chiesa poiché un pino, cadendo, aveva danneggiato il tetto della chiesa causando un’infiltrazione di acqua piovana. Durante questo intervento
la copertura della navata venne portata a quota della copertura del presbiterio. Infine, un’ultima campagna di restauri venne avviata nel 1987 e si interessò ai due affreschi esterni. Questi raffigurano il San Cristoforo e la Crocifissione.
Nel primo si può osservare uno stile molto arcaico nel quale non vi è movimento della figura, mentre nel secondo si riconosce uno stile giottesco di influenza dall’area tedesca. Nonostante entrambi gli affreschi risalgano allo stesso
periodo, questi fanno riferimento a due differenti autori.

INTERNO Entrando nella chiesa di Santa Lucia, quello che colpisce il visitatore è sicuramente il ricco ciclo di affreschi. Questo, che si trova nella parte più antica della chiesa, è databile tra il 1380 e il 1399.
Al suo interno si può ritrovare la storia di santa Lucia in otto scene che vanno lette iniziando dal lato destro dell’altare per concludersi, con andamento in senso orario, sulla parete sinistra. Particolari sono soprattutto le numerose
incisioni che si ritrovano lungo tutto l’affresco; si tratta di suppliche e ricordi dei fedeli databili tra il 1500 e il 1900. La prima scena è quella danneggiata dall’apertura della porta e della finestra, ma si può comunque riconoscere
Eutichia, ovvero la mamma di Lucia, mentre prega inginocchiata presso il sepolcro di Sant’Agata a Catania. In questo riquadro si può ritrovare l’iscrizione che ricorda l’anno di costruzione della chiesa. Nella seconda scena si ritrova
una rappresentazione molto simile alla prima. In questo caso però si vede anche la figura di Lucia che sembra addormentata. La giovane sta sognando Sant’Agata, raffigurata in alto sorretta da due angeli. Con questa rappresentazione
si allude all’annunciazione della guarigione di Eutichia. Con la terza scena la narrazione cambia completamente. Lucia è raffigurata mentre viene condotta da due uomini presso Pascasio, il governatore della città di Siracusa. Se si
osserva con attenzione, si nota che vicino al trono di Pascasio si vede un uomo vestito con un mantello azzurro: molto probabilmente si tratta del promesso sposo di Lucia che, rifiutato dalla giovane, la denunzia come cristiana. Bisogna
infatti ricordare che Lucia visse nel III secolo d.C., epoca delle persecuzioni ai cristiani promosse da Diocleziano. Nella quarta scena, l’ultima sul lato destro, si ritrovano le prime torture a cui Lucia viene sottoposta. La giovane
è rappresentata legata a due buoi. Secondo la narrazione, Lucia doveva essere trascinata ad una casa di piacere in modo che perdesse la castità, ma in realtà i buoi, che in questo caso sono raffigurati nel numero di due per semplificazione
della scena, non riuscirono a spostare la giovane. Nella quinta scena Lucia è legata ad una trave mentre ai suoi piedi un fuoco viene alimentato da un boia. Quest’ultimo si presenta con un aspetto malvagio e selvaggio, caratterizzato
soprattutto dallo sguardo e dai calzari, che sembrano fatti di pelle stracciata. Sulla sinistra della scienza di ritrovano alcuni soldati, mentre sulla destra Pascasio con un gruppo di giudici. La sesta scena rappresenta due momenti
differenti. Lucia compare due volte, ovvero quando il boia sta per conficcarle il pugnale nella gola e quando, condotta da Pascasio, gli profetizza la fine del suo governo e la morte dell’imperatore Diocleziano. È interessante osservare
che Pascasio non appare affatto turbato dalla profezia della giovane. Molto probabilmente, vista la somiglianza con le altre sue rappresentazioni nel ciclo d’affreschi, l’autore ha usato lo stesso cartamodello. Differisce qui la figura
di Lucia, che è rappresentata con le braccia aperte ad indicare che sta parlando. Anche la settima scena rappresenta due momenti diversi. Nel primo Lucia riceve la comunione da un sacerdote sorretta dalla madre e circondata da una
folla di amici e parenti. Nel secondo invece si assiste alla deposizione del corpo della martire. A vegliare sulla giovane si trova Sant’Agata, raffigurata nuovamente sorretta da due angeli. L’ultima scena presenta la fine del governo
di Pascasio, il quale venne accusato di non aver saputo amministrare degnamente la provincia. L’autore del ciclo d’affreschi è anonimo ed è conosciuto come «pittore dello scorpione». Questo epiteto è dovuto al motivo araldico dello
scorpione che si trova raffigurato in una bandiera presente nella settima scena. Inoltre gli stili da lui adoperati come gli incarnati bianchi, le teste vigorose degli uomini, la figura nobile della santa a contrasto con quella fiera
e irosa di Pascasio e infine l’architettura ricca di colonne sono pregi artistici non comuni che fanno dell’artista un non-volgare.


Spiegazione e testi a cura di Sara Menegoi
Riprese e montaggio audio/video di Simone Covi
Fonti: "Il ciclo delle storie di Santa Lucia nella chiesa di Santa Lucia a Fondo. Storia, tecnica, stile." tesi di Lorenza Campolongo, università degli studi di Bologna "Fondo
e la sua storia" e "Vigilio Inama - scritti scelti" del professor Vigilio Inama

La Chiesetta attualmente all'interno è chiusa

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